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venerdì 2 dicembre 2016

Barbara Pavarotti intervista Marcello Pera senza peli sulla lingua.....

L'informatore Lucchese, pubblica, con il consenso della giornalista Pavarotti, una sua pregevole intervista a 360° con Marcello Pera, Presidente Emerito del Senato, uscita oggi sulla Gazzetta di Lucca

venerdì, 2 dicembre 2016, 08:50
di barbara pavarotti

Presidente Pera, lei è stato presidente del Senato. Davvero il ruolo degli “inquilini” di Palazzo Madama non era così utile?

Quella che era ed è inutile è un Senato che, assieme alla Camera, dà la fiducia al governo, cioè quello che si chiama bicameralismo paritario o perfetto. Un Senato come lo abbiamo ora non esiste in nessuna parte del mondo. È come le Mura, che abbiamo solo noi, con la differenza che tutti vengono a Lucca per ammirare il nostro monumento ma nessuno viene a Roma per imitare il nostro Senato. La ragione è semplice: con due Camere che votano la fiducia al governo, con elettori diversi, si hanno il più delle volte due maggioranze diverse e di conseguenza quell’instabilità di governo che è caratteristica peculiare del sistema politico italiano. Si ricordi un dato: quattro milioni e trecentomila elettori, giovani da 18 a 25 anni, votano solo alla Camera, e hanno preferenze politiche diverse da quelle dei loro padri o fratelli maggiori, che votano anche al Senato. In queste condizioni, ci vuole un miracolo per fare un governo.

Da mesi i fautori del sì fanno scenari apocalittici in caso di mancata vittoria. Ma, come abbiamo visto con Brexit e Trump, più si grida al disastro, più la gente diventa sospettosa. Davvero pensate che l’appoggio della finanza internazionale sia positivo?

Il popolo è sovrano e il cittadino deve scegliere liberamente senza farsi condizionare da improbabili testimonial dei due campi. Certo non può sorprendere che molti osservatori internazionali rilevino una verità oggettiva: in Italia si parla di riforme istituzionali da trenta anni. L’ennesimo stop al cambiamento sarebbe un segnale di incapacità del sistema Paese a rinnovarsi.

Insomma, ci può spiegare perché i poteri economici/finanziari sono tutti per il sì?

Chi intraprende e investe in Italia vuole sapere in primo luogo se quel ministro a cui ha stretto la mano o con cui ha stipulato un accordo sarà ancora in carica dopo dieci mesi. Altrimenti, non si prende il rischio. È interesse della comunità internazionale che l’Italia esca dalla crisi e possa gestire l’enorme debito pubblico che ha accumulato. La riforma ci darebbe un sistema politico più stabile. Aumenterebbe la durata dei governi e crescerebbe l’affidabilità del Paese. La crisi della Grecia ha dissanguato l’Europa. Una crisi dell’Italia la manderebbe a picco.

Lei è reduce da Londra. Perché si sta facendo oltremanica tutto questo terrorismo sul nostro referendum? L’ultima del Financial Times: la vittoria del no potrebbe accelerare l’uscita dell’Italia dall’euro e otto banche italiane sarebbero a rischio fallimento.

Ci sono molti inglesi che stanno ancora elaborando il lutto della Brexit. Li capisco, perché non se la aspettavano. Ma non tutti la pensano allo stesso modo. L’Economist, ad esempio, ha fatto un’analisi diametralmente opposta schierandosi decisamente per il No. La mia opinione è che si sta dando troppo peso a quello che scrivono i giornali stranieri. A parti invertite, un inglese o un tedesco non darebbero tutta questa importanza a un editoriale di un nostro quotidiano. In questo ci dimostriamo ancora molto provinciali. Io chiedo agli elettori italiani di scegliere guardando al merito della riforma senza farsi condizionare dai testimonial dell’uno o dell’altro schieramento e senza pensare alla convenienza politica contingente. Si vota sulla costituzione e non sulla tenuta del governo in carica. Roba nostra, non dei giornalisti stranieri. 

Lei ha scritto sul sito “LiberiSì” che Renzi ha fatto bene a giocarsi tutto su questa riforma, dimissioni comprese. Ma non c’è proprio questo collegamento “esito referendum-futuro governo” dietro alle minacce dei mercati e alla paura dell’instabilità? Insomma, per molti il rischio cui Renzi ha esposto il paese è una colpa, non un merito.

L’unica “colpa” che vedo in giro è quella di chi si è schierato sul No per il solo obiettivo di ricavarne un guadagno politico immediato. Berlusconi vuole una posizione più favorevole per trattare con Renzi. Salvini vuole conquistare il centrodestra. Grillo vuole prendersi l’Italia. Detto questo, è indubbio che Renzi si gioca molto sul referendum. Se prevalesse il No, mi sembrerebbe naturale la scelta delle dimissioni. Io apprezzo chi ci mette la faccia e non dice che ha vinto anche quando ha perso. Dopodiché la palla passerebbe al Presidente Mattarella, persona saggia che saprebbe cosa fare. Potrebbe incaricare nuovamente Renzi o affidarsi a un profilo diverso.

Riporto sempre sue parole: su tanti punti questa riforma “è un autentico mostro, che viola il principio della divisione dei poteri e avrà come effetto quelli di limitare la sovranità parlamentare”. Però ci dobbiamo accontentare. Scusi, perché?

Rispetto a questa riforma, si possono avere due approcci. Il primo è quello “benaltrista” di chi rifiuta la riforma perché vorrebbe un testo migliore e più incisivo. Il secondo è quello “pragmatista” di chi si accontenta di quello che c’è di buono. Alla mia età, io dico che è meglio un uovo oggi che una gallina domani. Anche perché approvando questa riforma nulla vieta di migliorare ulteriormente le istituzioni in futuro mentre con il No si bloccherebbe il cambiamento per anni. Con il Sì, si comincia, con il No si chiude.

Lei dice che questa riforma è meglio che il nulla. Nel 2006 la vostra, molto simile, fu osteggiata proprio dalla sinistra. Tutti coloro che oggi sono per il sì 10 anni fa erano per il no. Per tanti cittadini è la prova che nessuno vuole bene agli italiani, ma solo al proprio potere e prestigio.

Ieri come oggi molti guardano all’interesse politico contingente. È purtroppo il caso anche di Berlusconi che prima ha appoggiato questa riforma e poi per ripicca contro Renzi ha deciso di osteggiarla.

Lei, conservatore liberale, lontano anni luce, a quanto sembra, dal Pd, ha scritto che senza Renzi nell’attuale parlamento non ci sono alternative. Non le sembra di esagerare e magari fra due anni far decidere agli elettori?

Il Movimento 5 Stelle non è attrezzato per governare l’Italia. Il centrodestra è in una crisi profonda, e se lo guidasse Salvini difficilmente potrebbe governare. Siamo realisti: in questo Parlamento la maggioranza è in mano al Pd e Renzi, a detta dello stesso Berlusconi, è l’unico leader su piazza. E bisogna riconoscere che, come leader di sinistra, è anche innovativo: non è D’Alema o Bersani e talvolta agisce come noi auspichiamo, come nel caso della legge sul lavoro. Il popolo è sovrano e deciderà la composizione del prossimo Parlamento. Ma, attenzione, perché con la legge elettorale proporzionale invocata da più parti e con la costituzione del 1948, purtroppo, il Popolo Italiano non può decidere chi mandare a palazzo Chigi. Si torna a prima: noi si vota, poi loro decidono chi governa.

Da uno a 10: quanto le piace Renzi? E sempre da uno a 10: quanto le piace adesso Berlusconi?

Renzi è un leader forte che in alcuni casi ha peccato di arroganza. Non doveva trasformare il referendum in un’elezione politica e poteva gestire meglio alcuni passaggi politici. Ahimé, è fiorentino! Berlusconi ha fatto troppe giravolte: pro e contro Monti, pro e contro Letta, pro e contro Napolitano, anche pro e contro Renzi. Io non lo capisco più. Tanto meno ora che parla di una dittatura di sinistra se passa il Sì. Non è quello che voleva il presidenzialismo? Quello che voleva la maggioranza assoluta? Quello che si lamentava di avere meno poteri dell’ultimo sindaco d’Italia?

Nei suoi incontri coi cittadini, lo spiega che il nuovo Senato sarà a regime solo nel 2022? E quindi che la riduzione spese non sarà così immediata? E non ritiene una contraddizione che da qui a fine legislatura, se vincerà il sì, rimarrà in vita per due anni un Senato abrogato dal voto popolare?

Il tema dei costi della Casta non mi appassiona, è demagogia pura. Conta superare il bicameralismo perfetto e i dissidi tra Stato e Regioni. Per questo si deve votare Sì al referendum. Per la restante parte della legislatura, dopo la vittoria del Sì il Parlamento sarebbe pienamente legittimato a legiferare. 

Dopo il referendum, lei che intende fare? Rimanere in politica oppure no?

Ho fondato il Comitato Nazionale Liberi Sì per mobilitare i liberali e i riformisti italiani e per dare loro un punto di riferimento in questa campagna referendaria. C’è infatti una prateria tra Renzi e Berlusconi salvinizzato. Ed è opportuno organizzare la rappresentanza politica di questo spazio che ora è pressoché abbandonato. Per quel che posso, fornirò il mio contributo a tutti quelli che lavoreranno in tal senso. Rivendico la bontà della scelta fatta anni fa quando andai in pensione sottraendomi all’attuale agonia del centrodestra.

È vero che qualche idea per le sorti del centro destra a Lucca ce l’ha?

Sì, ce l’ho. Lucca è una città di moderati, che non ama la guida della sinistra. E LiberiSì si rivolge proprio ai riformatori moderati non di sinistra. Abbiamo avuto un grande successo. Sedici comitati e oltre trecento iscritti certificati. E tanti giovani. Non smobiliteremo in ogni caso, perché queste energie non possono essere disperse. Si cercano candidati della società civile? Noi li abbiamo. Si cercano candidati di nuova generazione, seri e motivati? Noi li abbiamo. Si cerca il rinnovamento? Siamo lì per questo. Saremo più che disponibili ad ascoltare tutti e a trovare accordi su patti chiari. Ma nessuno si rivolga a noi con supponenza. Non ci atteggiamo a maestri, ma quelli che ci trattassero da allievi dividerebbero le forze, e farebbero un danno alla città e a se stessi. Quando Favilla fu eletto sindaco, io fui determinante e mi misi a sua disposizione.

Lei è molto legato a Ratzinger. Come giudica le aperture di papa Francesco all’Islam e a tutte le religioni?

Ratzinger era un Papa che pretendeva il rispetto per il Cristianesimo e conosceva bene il legame fra Cristianesimo e civiltà occidentale. Bergoglio mi sembra un Papa votato al compromesso col secolarismo, che in Europa è l’anticamera della resa.

Questione migrazioni. Sono davvero un pericolo per l’Europa? Da qui a 50 anni, prevedono alcuni storici, l’Occidente sarà musulmano. E le nostre radici, la nostra identità? Siamo destinati a soccombere?

Anni fa, nel 2004, proprio assieme a Ratzinger, nel libro “Senza radici”, introdussi nel dibattito politico e culturale questi temi sottolineando i rischi concreti che l’Europa stava correndo. Della islamizzazione dell’Europa aveva parlato Gheddafi, e a me lo dissero alcuni leader arabi. Andai a trovare il cardinale Biffi e gli chiesi scusa per non aver capito subito ciò che lui aveva anticipato. Temevo che i fatti mi avrebbero dato ragione tra qualche decennio. Invece, le cose stanno precipitando nell’indifferenza e compiacenza colpevole degli intellettuali del dialogo, del meticciato, del politically correct. Abbiamo trangugiato tanto veleno. Ora basta.



lunedì 28 novembre 2016

Financial Times: Otto banche Italiane rischiano il fallimento con il No

Dall'ANSA di oggi

Se vincerà il 'no' al referendum del 4 dicembre, "fino a otto banche italiane in difficoltà saranno a rischio fallimento", in quanto l'incertezza sui mercati allontanerà eventuali investitori per ricapitalizzarle. 
Lo scrive il Financial Times online citando fonti ufficiali e bancarie di alto livello. 
Secondo il quotidiano della City, le banche a rischio sono otto: il Monte dei Paschi di Siena, la terza banca italiana per asset; tre banche di medie dimensioni (Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige), quattro piccole banche 'salvate' l'anno scorso: Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e Cariferrara. 
Secondo le fonti del Ft, lo scenario da incubo sarebbe il seguente: fallisce il salvataggio di Montepaschi, e crolla la fiducia in generale "mettendo in pericolo una soluzione di mercato per le banche in difficoltà" italiane, soprattutto se il premier Matteo Renzi si dimetterà. 
Un altro dei timori è che le eventuali difficoltà delle otto banche possano "minacciare l'aumento di capitale di 13 miliardi di euro di Unicredit, la prima banca italiana per asset e la sua unica istituzione finanziaria di rilievo, in calendario all'inizio del 2017".
"Il nocciolo della questione è se Siena viene risolta o meno - spiega una fonte di alto livello -. Con Siena risolta non sono preoccupato. Con Siena irrisolta, sono preoccupato".